Please, Smile! A meditation on Retrofuturism.

Published on Cityvision Magazine

2013-03-22_043833The recent interest in Retrofuturism and the various opportunities to discuss the ways in which the future was imagined in the past happen when the human mind is gradually losing – not only because of technology literacy – its visionary and dreamlike attitude, with the consequent difficulty of challenging consolidated orders and invent new models.
The optimism, the smiles and the pop-style of last century’s avantgarde have been replaced by gloomy and apocalyptic skies or by deserted or submerged streets belonging to contemporary visions. If on the one hand ambitious foresights have lost their positive and confident temper, on the other hand, more realistic anticipations – as that of Smart Cities – seem to just overlap to reality a new framework trivially transferred from cutting-edge technologies (destined to fill some refurbishedproducts shelf: Bratton talks about iPhone City). It seems that instead of designing new transport-systems we confine ourselves to study easy devices able to connect pistons to the latest smartphone.
Maybe it’s wrong to think that the future is no longer what it once was, as Arthur Clarke said. Probably the present is no longer what it once was and, alas, the odyssey is sadly lived on earth! If past generations, grew up in the post-war era, have experienced a steady perception of improvements of living conditions and confidence in future, today we live an uncertain condition that flatten ourselves into a “point-shape present”, as Bodei says. Our society has traded the faith in human advancement with a (digital) technology idolatry, and now we risk to contaminate our dreams and (short-range) visions with all the 2.0 pathologies (information overload, pseudo-relationality, apparent democracy, etc) in a sort of post-active pollution.
Nowadays the imagination is just like a business-plan, where the risk should be carefully weighed.
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Probably, we taken ourselves so damn seriously!
Arturo Tedeschi
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ITA
L’attenzione al tema del Retrofuturism e le diverse occasioni di riflessione sui modi in cui il futuro è stato immaginato nel passato avviene nel momento in cui il pensiero umano sta perdendo lentamente – non solo in virtù dell’alfabetizzazione tecnologica – la sua naturale capacità visionaria ed onirica, con la conseguente difficoltà nel contestare gli ordini costituiti e inventare nuovi modelli.
L’ottimismo, i sorrisi e l’estetica pop delle immagini dell’Avanguardia del secolo scorso sono state rimpiazzate da cieli plumbei e apocalittici, dalle strade deserte o sommerse di molte pre-visioni contemporanee. E se da un lato le immagini più estreme hanno perso carattere di serena e positiva anticipazione, i modelli di futuro più concreti e convincenti – come quello delle Smart Cities – rischiano di sovrapporre alla realtà schemi razionali banalmente mutuati dalle tecnologie attuali destinate a riempire gli scaffali dei prodotti refurbished (Bratton parla di Iphone City). Come se al posto di immaginare nuovi sistemi di trasporto ci si limitasse a studiare rassicuranti dispositivi in grado di connettere pistoni e carburatori all’ultimo smartphone.
Si commette un errore ritenendo che il futuro non sia più quello di una volta, parafrasando Arthur Clarke. A non essere quelle di una volta sono le condizioni del presente e, ahinoi, l’odissea è vissuta miseramente sulla terra. Se chi è cresciuto nell’immediato dopoguerra del secolo scorso ha convissuto con una costante sensazione di miglioramento delle condizioni di vita e la fiducia nel futuro, le instabili e precarie condizioni attuali ci hanno ormai appiattito in quello che Bodei ha definito “presente puntiforme”. Siamo una società che ha barattato la fiducia nel progresso con l’idolatria della tecnica (soprattutto digitale) e questa società rischia di trasferire ai propri sogni ed ai nuovi modelli di futuro (a corto raggio) tutte le patologie della tecnologia 2.0 (information overload, pseudo-relazionalità, democrazia apparente, etc) in una sorta di contaminazione postattiva. Immaginare è diventato ormai un atto vicino alla redazione di un business plan, dove il rischio deve essere attentamente valutato.

Forse, ci siamo presi maledettamente sul serio!

 

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