“L’Architettura è un’arte difficile fatta di elementi facili“. (F. Purini)

TOOLS: STRUMENTI E CREATIVITA’

Pubblicato su MIXEXPERIENCE TOOLS 1/2010

Indagare il rapporto tra strumenti e creatività può apparire, ad un’analisi superficiale, come agevole percorso di ricerca dagli esiti apparentemente prevedibili. La reciproca fecondazione dei due aspetti sembra essere la chiave risolutiva della dialettica, soprattutto se circoscritta alla sfera progettuale. Ma le cose non sono cosi semplici: oggi è facile inciampare sul concetto di strumento proprio per la profonda mutazione che ha subito in tempi recenti.

Franco Purini afferma1 che l’architettura (mi permetto di estendere il concetto ai diversi ambiti della progettazione) è un’arte difficile fatta di elementi facili. La sua difficoltà risiede nel dare risposta a problemi, desideri ed esigenze che coinvolgono non solo aspetti pratici, ma anche simbolici, dai contenuti spesso insondabili. La semplicità appartiene invece ad alcune condizioni specifiche ed agli strumenti utilizzati nella pratica. Ma quali sono in realtà gli strumenti del progettista?

L’uomo ha da sempre fatto precedere il disegno all’attività costruttiva. Il disegno costituisce un momento di organizzazione di idee, di risorse e di previsione dei risultati, che ha richiesto da sempre l’uso di strumenti particolarmente semplici che hanno attraversato i secoli senza profonde variazioni. L’atto creativo è avvenuto nella mente del progettista per poi essere tradotto nell’alfabeto geometrico composto da linee, curve e superfici attraverso matita, penna, compasso ed altri supporti di immediato utilizzo. La costante di questi strumenti è data dall’assenza di particolari interfacce e quindi di filtri significativi tra l’idea e la materializzazione del segno.

Il cambiamento epocale, a cui si è assistito negli ultimi tre decenni è dato proprio dal progressivo abbandono degli strumenti tradizionali (che sopravvivono nella fase di concept) a vantaggio del computer.

La domanda più importante da porsi oggi, in piena rivoluzione digitale, non è relativa a cosa sia cambiato nel rapporto tra strumenti e creatività, ma quanto e in che modo il digitale stia modificando la struttura mentale dei designers. Da verificare, inoltre, lo stesso significato del termine “strumento”, da quando il computer lo ha, di fatto, trasformato da estensione del corpo in sistema, con una propria interfaccia, con nuove regole, con una propria dimensione, forse a discapito dell’immediatezza del gesto, ma con la promessa di nuove ed importanti conquiste.

È ingenuo pensare che l’introduzione delle tecnologie informatiche in ambito progettuale abbia coinvolto solo aspetti legati alla produttività ed alla semplificazione di operazioni grafiche. Per certi versi il computer non si è mai posto in modo neutrale nei confronti del designer e del progetto (a differenza di altri campi, come ad esempio nella scrittura, dove l’introduzione dei word processor ha semplificato l’editing, senza condizionare sostanzialmente la fase creativa). Oggi il software coinvolge tutti gli aspetti della progettazione (dal concept, alla produzione) e, cosa importante, diventa il terreno della sperimentazione e della generazione formale, spinta a livelli di complessità impensabili soltanto pochi anni addietro.

La diffusione trasversale della cosiddetta modellazione free-form, dai prodotti industriali agli edifici, è alimentata solo in parte dalle nuove possibilità di controllo e calcolo di superfici complesse, ma è effetto dell’influenza dei nuovi strumenti/sistemi sulle nuove generazioni di designers e, come si diceva, sulla loro stessa forma mentis e capacità creativa.

Senza entrare in giudizi di merito, non possiamo che constatare un crescente interesse per nuovi approcci generativi – direttamente ispirati/favoriti dall’uso del computer – che spesso abbandonano la geometria tradizionale per esplorare territori insondati attraverso linguaggi di programmazione (scripting) e software parametrici. Il nuovo scenario mostra nuovi e profondi legami tra idea progettuale, scienze matematiche e fisiche, ben lontani da schemi precostituiti.

Diversi osservatori hanno frettolosamente individuato una fase di autocompiacimento dominata dall’everything goes, giustificato e giustificabile. Ma è difficile non leggere in queste inedite contaminazioni un nuovo, esaltante, corso della storia del progetto.

Arturo Tedeschi

1.Franco Purini, Comporre l’architettura, Editori Laterza, 2000.

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